Il canto a chitarra per scoprire Bosa

Devo molto a Bosa. Tra le altre cose, le devo certamente la passione per un genere musicale eccezionale, quello dei canti a chitarra, autentica meraviglia della cultura sarda. Una di quelle espressioni che, come spesso accade per la musica tradizionale, all’inizio sembrano monotone e difficili da capire – musicalmente, dico, non solo per i testi – ma poi, una volta che si inizia ad entrarci dentro, rivelano una profondità e ricchezza inaspettata. Ogni canto è un universo di melodie, pieno di grandi e piccole variazioni, e ogni cantante non esegue mai, semplicemente, ciò che altri hanno fatto, ma è chiamato a interpretare, modificare, adattare alla propria sensibilità e alla situazione, in un gioco di alternanza di ‘voci’ che si inseguono, si stimolano a vicenda, si mettono a confronto in una sorta di gara.

Non avevo mai fatto molto caso ai cantigos a chiterra, sebbene studiassi da tempo la musica sarda, finché non sono entrato in uno dei magasinos bosani in cui, alla fine del secolo scorso – oggi sempre più raramente – gli appassionati erano soliti incontrarsi la domenica mattina, spesso il sabato sera e a volte durante la settimana. Frequentavo sopratutto il circolo dei Santi Pietro e Paolo quando era ancora in via Carmine. Trovavo sempre Tonio Masala, un chitarrista professionista col quale nel tempo ho stretto una buona e duratura amicizia, e vari cantadores, che non cito per non dimenticare nessuno. Erano e sono cantanti amatoriali, per lo più, ma a volte in grado di cantare con un sentimento ed un trasporto che difficilmente troviamo tra i più famosi e pagati professionisti. Persone che hanno imparato a cantare per pura passione, nei campi, nelle cantine e nelle strade, facendo le serenate di nascosto dalle forze dell’ordine che un tempo lo vietavano. Pensate: essere perseguiti per una serenata! Ma sebbene a volte questa attività potesse essere lucrativa era in realtà la passione, soltanto quella, ad averli portati nella via del canto.

Bosa, non voglio tralasciarlo, è sempre stata famosa anche per il canto corale, a tragiu, ma di questo parlerò un’altra volta. Il noto intellettuale Gavino Gabriel, già dal 1923, anno del suo Canti di Sardegna, rese celebre per primo il canto che chiamò “manzanile”, o mattinata della Planargia (ma da tutti oggi riconosciuto come originario in particolare di Bosa) pubblicando la trascrizione musicale e una delle poesie ancora oggi più utilizzate: Acollu chi faghe die/ponzende riga in su mare/e deo ancora a tocare/bella, su pettus a tie (Ecco che spunta il giorno/albeggiando sul mare/ed io aspetto ancora di toccare/bella, il tuo seno). Negli anni ’30 il famoso Gavino De Lunas (di Padria ma con parentele bosane) lo registrò su disco col nome di mi e la, con cui lo si chiama ancora oggi, e in seguito venne acquisito al repertorio standard dei cantadores a chiterra del Logudoro. Un’altro canto da citare è certamente il cantu in re a sa ‘osinca (canto in re alla bosana), una variante molto particolare del più diffuso cantu in re logudorese, meno virtuosistico di questo, ma certamente più affascinante, sentimentale e profondo, dal tono languido e crepuscolare. Un canto che soltanto i bosani sanno interpretare.

Dunque, tra il rumore dei bicchieri, il sapore del vino, una battuta e l’altra – quanto trovavo amabili e divertenti le discussioni domenicali, il colorito e spesso scanzonato linguaggio di quelle che ancora non mi erano persone familiari! – si dipanava un canto lungo e melismatico (non solo ‘alla bosana’ ma anche gli stili e repertori del Logudoro e della Gallura), accompagnato dal chitarrismo di Tonio, ricco e vigoroso, a tratti molto ritmico, fantasioso e virtuoso negli intermezzi solistici. E non posso dire quale fu l’emozione delle prime volte che riuscii io stesso ad accompagnare il canto e poi, sempre di più, a capire quanto sia al contempo gioioso e serio l’impegno che richiede, quanto sia unica l’esperienza che provi ogni volta che una voce si pesat e incrocia le corde della chitarra.

Con l’andare degli anni l’usanza, già in declino a sentire i racconti, si è ulteriormente affievolita ed ormai, per godere di una serata di canto, bisogna organizzarla per tempo. Bisogna stabilirla in anticipo, fare gli inviti, trovare un locale adatto, assicurarsi che siano disponibili i cantadores e un chitarrista (che sia in grado di tener testa a tutti per qualche ora, dato che quando si inizia non è prevista la fine, inizia un viaggio e non si conosce l’arrivo). Oppure bisogna organizzare una serata pubblica. Una gara. Di solito per le feste vengono chiamati i professionisti, giovani, ben allenati e dalle grandi doti vocali. Ma il Coro di Bosa, che principalmente si occupa di un altro tipo di canto della tradizione bosana (quello corale, appunto, detto a tragiu), da qualche anno a questa parte organizza verso il finire dell’estate una serata in cui ad esibirsi sono i cantadores locali. E sono sempre in molti a partecipare, tra l’emozione, l’orgoglio e il divertimento che l’occasione comporta. Meritoria iniziativa! Complimenti e lunga vita al Coro di Bosa! Io stesso negli anni scorsi ho organizzato alcune iniziative che li coinvolgevano, sopratutto allo scopo di far conoscere i canti particolari della tradizione bosana, inserendoli anche in un CD pubblicato dall’Associazione La Foce. E non bisogna dimenticare che negli anni Novanta, con corsi e pubblicazioni, fece molto per la promozione di questo genere musicale, il Centro di Cultura Popolare U.N.L.A. Ma tutto questo non basta.  Il canto a chitarra a Bosa rischia di diventare un ricordo, una cosa lontana, un tesoro perduto. La città, la sua gente e le sue istituzioni, dovrebbero credere di più in questa risorsa, per la quale non si fa mai abbastanza. Anche la scuola dovrebbe occuparsene. La scuola, dove si studia di tutto, dalla musica classica all’insulsa Jingle bells, ma non passa il canto della propria città. I giovani devono sapere.

 
Nella foto: da sinistra Antonio Fadda, Giuseppe Sanna e Tonio Masala al Piccolo Festival 2° edizione, Piazzale Passino della Chiesa Stella Maris di Bosa Marina, a cura delle Associazioni Culturali “La Foce” e “Su traggiu ‘osincu”.

Condividi

Pin It

1 commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *