Elena Saraceno e i suoi Colori

È stata forse una dei primi “continentali” a comprare casa a Sa Costa negli anni ottanta e oggi è il punto di riferimento per i molti piemontesi che hanno seguito la sua scelta nel tempo.

Elena Saraceno è un’artista in permanente ricerca, amante della sperimentazione nell’accostamento di nuovi materiali e nuove tecniche pittoriche per raccontare una quotidianità silenziosa e incantata che trova nella condivisione di forme e persone il momento di massima espressione. Nel 2007 ha pubblicato il libro “Bosa e i suoi colori” e ci illustra la nostra città con lo sguardo attento e paziente di un’esploratrice che ha preferito ascoltare piuttosto che parlare.

In questa intervista ci riporta indietro nel tempo raccontandoci un pezzo di Bosa ormai scomparsa e rimpianta da alcuni ma enunciandoci una nuova che sta nascendo di cui lei ne è stata una dei precursori.

Ripercorriamo brevemente le fasi su come sei arrivata e cosa ti ha spinto a scegliere Bosa come  tua seconda casa

Eravamo un gruppo di amici poco più che trentenni con esperienze e vite diverse ma con una gran voglia di stare insieme e sperimentare nuove forme di aggregazione. Da qualche anno passavamo le vacanze estive a Schivu in Costa Verde facendo “campeggio libero” che consisteva nell’accamparsi nei posti più belli e suggestivi senza nessun tipo di comodità ma a strettissimo contatto con la natura.

Nonostante la bellezza selvaggia della Costa Verde, diventava scomoda per recuperare cibo e acqua. Un amico ci disse che a qualche decina di chilometri più a nord, esisteva un paese chiamato Bosa, dove si poteva campeggiare liberamente e soprattutto ci si poteva rifornire di acqua e viveri con facilità. Così seguimmo le sue indicazione e partimmo. Ci accampammo  vicino a Torre Argentina e passammo una splendida estate così ci tornammo anche negl’anni seguenti. Furono estati spensierate e indimenticabili, i bambini potevano correre all’aria aperta e noi goderci il mare e la natura senza stress. Dopo qualche anno una legge regionale vietò il campeggio libero nelle coste e un bel giorno ci vedemmo le ruspe e vigili urbani sgomberare i villeggianti e abbattere le casette di legno e di canne che avevano costruito.

Ci fu un acceso dibattito nel nostro gruppo se resistere e continuare a praticare quel tipo di campeggio altrove o trovare una soluzione più stanziale. Alla fine decidemmo di proseguire la nostra avventura a Bosa e comprammo delle case nel centro storico, perchè oltre a essere a buon mercato, la posizione e la struttura delle case che ci dava la possibilità di stare vicini. L’esperienza della condivisione non era conclusa ma continuava in una forma diversa, dato che all’inizio in alcune case si viveva come in una comune e ci si incontrava per mangiare insieme e organizzare feste memorabili.feste-sa-costa-elena-saraceno

 

Perché hai scelto proprio il quartiere “Sa Costa” rispetto a zone più accessibili?

In quegl’anni la “diaspora” dei “costaggi” era iniziata da qualche anno e molti preferirono abbandonare il centro storico per andare ad abitare nelle case popolari offerte dal comune nella parte bassa.

Ai proprietari di queste case non sembrava vero che dei forestieri fossero interessanti ad acquistare le loro vecchie case considerate scomode e collocate in un contesto troppo popolare per chi non è nato nel posto, ma andò tutto bene. Le ristrutturammo rispettando le strutture originali e creammo degli ambienti caldi e ospitali. Quando i vecchi proprietari videro le loro case ristrutturate rimasero stupiti per quello che eravamo riusciti a fare.

sa-costa-casa-elena-saracenoTerrazza di Elena Saraceno

 

Quali sono le differenze tra la Bosa del 1982 e quella di oggi?

Nel 1982 era ancora un borgo abitato da famiglie  bosane che vivevano con le loro caratteristiche storiche di rapporti interpersonali molto forti e  una quotidianità semplice e genuina. Ricordo il rumore assordante delle motorette degli uomini che uscivano di casa alla mattina  per andare a lavorare in campagna o le urla delle donne mentre lavoravano il filet  e accudivano i figli. Oggi questa realtà è quasi scomparsa, perchè le case sono state acquistate da persone che provengono un po’ da tutto il mondo,  alcuni si sono stabiliti definitivamente ma la maggior parte di loro trascorrono solo alcune settimane all’anno principalmente nel periodo estivo. In questa stagione si respira un’aria cosmopolita e stimolante perché nonostante questo stravolgimento, molte di queste case sono state comprate da persone molto interessanti che sono diventate parte attiva di questo borgo.

Nel quartiere Sa Costa si è formato un interessante fusione fra bosani che vivono da generazioni e nuovi che sono arrivati da relativamente poco tempo e provengono da  paesi con culture talvolta completamente differenti. Come vedi questo unione e come ti hanno accolto i locali all’inizio?

Fu subito un rapporto bellissimo quasi di protezione nei nostri confronti, i nostri figli giocavano in strada con i loro e quando sono cresciuti hanno portato avanti nel tempo dei rapporti di amicizia sinceri. Nacquero anche delle storie d’amore adolescenziali che furono vissute da entrambi le famiglia in modo molto naturale. Oggi che le case del borgo sono state acquistate prevalentemente da persone da fuori, noto con piacere che nonostante le differenze culturali, si è creato un rapporto di rispettano e dialogo fra i residenti di lunga data e i nuovi. Per fare un’esempio, l’anno scorso è nato un gruppo che si batte contro un progetto di costruzione di un campo da Golf a Tentizzos. Questo gruppo è formato da bosani e da gente di fuori che hanno collaborato insieme ottenendo buoni risultati e stringendo rapporti d’amicizia che continuano al di fuori di questa iniziativa. Credo la curiosità reciproca abbia aiutato molto ad avvicinarci  e quando ci siamo resi conto che le differenze non sono così grandi il muro della diffidenza è caduto naturalmente.

Quando hai pensato di realizzare un libro su Bosa e cosa continua a  ispirarti maggiormente?

Dopo anni di esplorazione del territorio, mi resi conto di aver raccolto molto materiale che avevo dipinto o scritto per il piacere di raccontare qualcosa che stavo vivendo con molta gioia e curiosità. Nacque così l’idea di scrivere un libro come un carnet de voyage, un diario di un’esploratrice che rappresentava in forma scritta o raffigurata tutto quello che ha visto e vissuto: storie, feste, ricette, itinerari paesaggi, ecc. Iniziai così un grosso lavoro per ordinare questo materiale e svilupparne di nuovo per dare continuità al libro. Quando portai il libro all’editore me lo pubblicò subito.

La cosa che continua a ispirarmi è questo miracolo naturale e architettonico ancora intatto nonostante gli anni di grande cambiamento che abbiamo vissuto. Se vai a Tentizzos o ti fai un giro nell’entroterra ti rendi conto che il territorio è ancora integro o se ti fai una passeggiata lungo i veicoli di Sa Costa si respira un’atmosfera eterna e sembra che la modernità abbia voluto risparmiare BOSA E I SUOI COLORI.
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